Le ultime “turbolenze politiche” in Romania non rappresentano un episodio isolato, ma il sintomo di una crisi più ampia e strutturale del Partito Social Democratico (PSD), destinata a influenzare la vita politica del Paese nei prossimi mesi, secondo un’analisi del partner PressOne.
Il PSD, principale forza politica romena, ha innescato una nuova crisi di governo ritirando il proprio sostegno al primo ministro Ilie Bolojan (PNL) e intimandogli di dimettersi entro tre giorni. Parallelamente, i vertici del partito hanno lasciato intendere di essere aperti a proseguire la coalizione nella sua forma tradizionale con i liberali del Partito Nazionale Liberale, con l’UDMR (partito della minoranza ungherese) o persino con gli ex “nemici di classe” riformisti dell’USR, a condizione che Bolojan non resti alla guida del governo.
Bolojan ha respinto immediatamente l’ultimatum, rifiutando di farsi da parte e accusando i socialdemocratici di “codardia” e comportamento “irresponsabile”. In risposta, sia il PNL sia l’USR hanno dichiarato di non accettare più alcuna coalizione che includa figure chiave del PSD come Sorin Grindeanu, rendendo di fatto il partito “radioattivo” nei negoziati attuali.
Perché il PSD ha aperto la crisi
Secondo l’analisi, la mossa non è frutto di un impulso improvviso, ma l’ennesimo capitolo di una crisi interna di lungo periodo. Il PSD puntava a provocare una ribellione nel PNL che portasse alla caduta di Bolojan, permettendo ai socialdemocratici di ricostruire una coalizione dominante – una sorta di “USL 2.0” – da una posizione di forza, con un partner liberale indebolito.
Questo scenario, tuttavia, appare al momento bloccato, dato che il PNL si è compattato attorno a Bolojan. Altre opzioni – come un coinvolgimento del leader USR Dominic Fritz o un rapido avvicinamento all’estrema destra dell’AUR – sembrano improbabili nel breve periodo.
Rischi economici e ruolo del presidente
Lo stallo politico sta già producendo effetti economici. Il bilancio romeno del 2026 dipende in larga parte dai fondi europei, e un prolungato blocco della coalizione rischia di ritardare riforme cruciali previste dal PNRR, mettendo a rischio i futuri pagamenti.
L’attenzione si concentra ora sul presidente Nicușor Dan, chiamato a gestire la crisi dal Palazzo di Cotroceni. Il capo dello Stato punta in particolare a mantenere l’USR al governo, dato che il partito controlla ministeri strategici come Difesa ed Economia in vista della scadenza del 31 maggio per importanti programmi di approvvigionamento militare SAFE, del valore di 16 miliardi di euro.
Dan ha dichiarato che “tutte le opzioni sono sul tavolo”, ad eccezione di un governo con l’estrema destra AUR. Allo stesso tempo, ha bisogno della cooperazione del PSD per nominare nuovi vertici dei servizi di intelligence. Sebbene possa chiedere le dimissioni di Bolojan, non può imporle costituzionalmente: un nuovo premier può essere nominato solo dopo la caduta dell’esecutivo in Parlamento.
Il dilemma strategico del PSD
Il nodo centrale per il PSD è se uscire completamente dal governo e, in tal caso, con quale intensità. Un ritiro totale significherebbe perdere non solo i ministeri, ma anche migliaia di posizioni nell’amministrazione pubblica – sottosegretari, agenzie, enti locali – che alimentano le reti clientelari del partito.
Una simile scelta ridurrebbe drasticamente l’accesso alle risorse pubbliche proprio mentre parte dell’elettorato tradizionale si sposta verso l’AUR. Uscire “con le torce accese” potrebbe accelerare il declino del partito, mentre restare rischia di approfondire l’erosione interna e il malcontento pubblico.
Il PSD resterà al governo almeno fino alla scadenza dell’ultimatum. I prossimi giorni di consultazioni a Cotroceni saranno decisivi per capire se la crisi porterà a elezioni anticipate, a una coalizione rimescolata senza Bolojan o a una prosecuzione, sempre più fragile, dell’attuale assetto.
Tradotto da Cesare Ceccato. Articolo originale pubblicato da EUAlive disponibile qui.

